Avvenire, 26/04/2018
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Lo scenario
Alla fine il Paese dovrà fare i conti con i jihadisti e i ribelli «deportati»
Moadhamiya, Qudsaya, Daraya, Barze, Zamalka, Arbin, il quartiere al-Waar di Homs e tante altre località. Nei sette anni di guerra in Siria, un aspetto allarmante è andato consolidandosi nell' indifferenza totale. È quello delle popolazioni costrette a lasciare le proprie località verso altre zone in base ad accordi di evacuazione. All' elenco di sopra, bisognerà probabilmente aggiungere tra qualche giorno i nomi di Yelda, Babila e Beit Saham, alle porte di Damasco, con cui erano in corso delle trattative prima della ripresa degli scontri. L' ultimo esempio di questa pratica risalgono a un mese fa, quando il 26 marzo sono stati evacuati, sotto supervisione russa e a bordo di 81 autobus, più di 5.400 miliziani e civili dalle zone di Zamalka, Arbin, Ain Tarma e Jobar, nella periferia di Damasco, verso le zone ancora controllate dai ribelli, in particolare verso la provincia settentrionale di Idlib, diventata ormai una sorta di "discarica" tradizionale degli oppositori allontanati. In alcuni casi la destinazione dei miliziani e dei loro familiari allontanati è stata Jarablus, nella zona controllata dai ribelli filo-turchi, oppure la provincia di Daraa, nel Sud controllato da formazioni addestrate dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Sommando i 160mila abitanti allontanati dall' intera Ghouta di Damasco a oltre 300mila persone costretti a lasciare la cintura urbana della capitale siriana tra il 2015 e il 2017 in base a numerosi simili accordi, diven- ta facile capire l' entità del fenomeno, che alcuni portano addirittura a 750mila persone per la sola zona di Damasco durante tutti gli anni della guerra. La prima evacuazione è avvenuta nel maggio 2014 quando le formazioni ribelli hanno accettato di abbandonare la loro roccaforte nel centro di Homs, terza grande città in Siria, dopo un lungo assedio da parte delle forze lealiste durato due anni. Nel 2016 diverse evacuazioni hanno avuto luogo, da quella di Daraya, vicino Damasco e una delle prime località a insorgere nel 2011 contro Assad, fino a quella di Aleppo Est, conclusasi il 22 dicembre di quell' anno, e che avrebbe interessato 65mila persone, tra civili e militari. Talvolta si è trattato di un vero e proprio scambio di popolazioni. Come nell' aprile 2017, quando migliaia di civili hanno dovuto lasciare le località sciite di Foa e Kefraya, site nella provincia di Idlib e assediate dai ribelli, in cambio dell' evacuazione delle località di Madaya e Zabadani, assediate dal regime nella zona di Damasco. Per alcuni, le evacuzioni fanno parte di una progressiva strategia governativa di ripresa, una dopo l' altra, delle sacche rimaste in mano ai ribelli. Come Staffan De Mistura, l' inviato speciale dell' Onu per la Siria, che martedì si è augurato che «Idlib non diventi la nuova Aleppo, la nuova Ghouta orientale», sottolineando che le 2,5 milioni persone che vi si concentrano «non sono tutti terroristi». Ma c' è anche chi sospetta la presenza di un preciso piano di ridistribuzione demografica nel Paese, secondo un copione fisso: scontri armati, assedio, accordo di evacuazione. Da qui, dicono, la promulgazione, all' inizio del mese, di una legge che apre la strada a delle confische di massa. Detta legge dà infatti alle autorità siriane il diritto di creare, nei settori che controllano, delle zone amministrative locali al di fuori del piano regolatore, con l' obiettivo di ricostruirle. Fin qui nessun problema, se non fosse che i proprietari dei terreni o delle case situati in queste zone avranno 30 giorni per presentare i titoli di possesso, pena la confisca della proprietà e la sua vendita all' asta. Secondo alcuni analisti, a persone o comunità religiose gradite al regime in vista di una nuova realtà sul terreno. RIPRODUZIONE RISERVATA In sette anni, intere popolazioni, composte da miliziani e civili, sono state costrette a lasciare le loro località in base agli accordi di evacuazione. Il Nord è ormai una «discarica» di oppositori Da sinistra: Mark Lowcock, Federica Mogherini e Staffan de Mistura a Bruxelles (Epa)
CAMILLE EID