Avvenire, 26/04/2018
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Alfie perde in tribunale. Ma è vivo
Giudici inglesi contro il trasferimento a Roma, il tempo stringe
Uno sconfinato amore e uno sconfinato formalismo giuridico sono destinati a non capirsi all' infinito, finché uno dei due non si arrende all' altro, o almeno trova il modo di cedergli il passo. Il primo potrà farlo, per sua natura, solo se costretto con la forza e contro la sua volontà. Toccherebbe dunque al secondo trovare le ragioni (non è difficile) ma soprattutto i modi per ascoltare e capire cosa gli dice l' altro. Ma il nuovo confronto - l' ennesimo in questa sfibrante contesa medica e giudiziaria sul corpo di un bambino malato - ieri in Corte d' appello tra i tre giudici, i legali della famiglia, quelli dell' ospedale e i rappresentanti diplomatici del nostro Paese è sembrato più un dialogo tra sordi, o meglio, il tenace ma vano tentativo di far ascoltare ra- gioni trasparenti, insieme umane e giuridiche, a una giustizia che sembra conoscere solo il rispetto pedissequo e ostinato di una procedura già decisa. Com' era facile immaginare, la Corte ha rigettato l' appello opposto dai genitori di Alfie contro la sentenza con la quale martedì il giudice Hayden aveva opposto un secco rifiuto alla loro richiesta di poter trasferire il bambino all' Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma non certo pensando che vi si pratichino cure miracolose ma per sottrarlo all' esecuzione del protocollo disposto dallo stesso Hayden una settimana fa e che - tuttora in corso - punta a condurre Alfie alla morte per il distacco dei supporti vitali e non per la sua ancora misteriosa malattia. E mentre nel Regno Unito - finalmente - monta lo sdegno per una determinazione che a tutti appare incomprensibile, e la presidente dell' ospedale del Papa dice chiaro che «mi rifiuto di pensare che dopo tante battaglie per il diritto di morire non si possa fare una battaglia per il diritto di vivere», i giudici inglesi sembrano prigionieri del teorema del «migliore interesse del bambino » la cui vita ormai viene data per «inutile » in quanto irrimediabilmente minata da un difetto letale. Non sfugge ormai a nessuno che se questa idea fosse applicata a disabili gravi, dementi e bambini con malattie a esito fatale negli ospedali - inglesi e di ogni Paese che adottasse una simile dottrina - si assisterebbe a una vera strage. E se loro sono ostaggio di questa equazione - paziente inguaribile uguale morte da procurare «nel suo interesse » - Alfie lo è di un ospedale che pur autorizzato da Hayden martedì a dimetterlo a sua discrezione non vuole proprio saperne di lasciarlo andare dove la famiglia ritiene più opportuno, libera finalmente di scegliere cosa fare e dove farlo per consentire al figlio di vivere quanto il suo organismo gli consentirà. Non è tempo perso infatti ricordare che Alfie non è malato terminale e che la sua malattia è tuttora priva di una diagnosi: dunque i supporti vitali che gli vengono lesinati dall' Alder Hey Children' s Hospital di Liverpool dov' è ricoverato da mesi (e da lunedì anche piantonato dalla polizia come un sedizioso) gli spettano come diritto fondamentale. Eppure ieri papà Tom e mamma Kate non riuscivano a farsi dare una mascherina per l' ossigeno, fatta entrare in ospedale da una mano amica. I medici si rendono evidentemente conto che la situazione contrasta con l' etica professionale, ma devono attenersi al protocollo ordinato dal giudice. Tanto che ieri è apparso quasi come una concessione il fatto che al bambino siano stati concessi un certo quantitativo di ossigeno - non illimitato - e la nutrizione assistita, non negata dal protocollo e dunque, di fatto, consentita. Alfie ha fatto il resto: questo bambino mostra una voglia di vivere che ormai gli consente di restare quasi sempre privo di ventilazione - «si sta riallenando a respirare» ha detto don Gabriele Brusco, il sacerdote italiano che sostiene i genitori - e una resistenza che però non deve far sottovalutare il pericolo che il quadro clinico complessivo possa precipitare da un momento all' altro. Per questo occorre fare presto. Ma fare cosa? Le carte giudiziarie sono state usate tutte, alcune due volte, col risultato di ottenere la ripetizione del teorema di morte. Quelle diplomatiche potrebbero presentare ancora uno spiraglio: che Alfie da lunedì, per decisione umanitaria del nostro governo, sia anche cittadino italiano è un dato di fatto che non sembra aver scalfito le certezze delle autorità britanniche, certo non entusiaste per il significativo gesto, ma costituisce un fattore col quale devono fare i conti. Un minore italiano all' estero non può essere lasciato alla mercé delle decisioni delle autorità locali senza che le nostre siano interpellate. Anche la nostra giustizia potrebbe essere chiamata in causa. Ecco: basta un passo. Ma in Inghilterra ora c' è qualcuno che vuole farlo? RIPRODUZIONE RISERVATA Liverpool Ennesimo «no» alle richieste dei genitori: non si arresta il protocollo per dare la morte Ma in ospedale il piccolo resiste mentre si studiano altre mosse estreme Il padre di Alfie, Tom, con una maglia dell' Italia per il piccolo, in una foto tratta dal suo profilo Facebook.
FRANCESCO OGNIBENE