Avvenire, 26/04/2018
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Nicaragua, Ortega è più solo
Paese in rivolta: 38 morti. Ma spunta una mediazione
Qualcosa si muove nella «dolce ed esplosiva cintura d' America » come l' ha definita, parafrasando Pablo Neruda, lo scrittore Sergio Ramírez, nel ricevere, domenica, il Premio Cervantes a Madrid. Non solo nelle piazze del Nicaragua dove, da otto giorni, si susseguono le manifestazioni contro il governo di Daniel Ortega. Ma anche all' interno dello stesso "danielismo", il peculiare sistema creato dal presidente, al potere dal 2006 e deciso a restarvi, dopo aver modificato la Costituzione per garantirsi la possibilità di rielezione a oltranza. Una forma ibrida, in bilico tra populismo autoritario e oligarchia familiare. Che ha avuto, finora, tra i principali puntelli il settore imprenditoriale, "blandito" a suon di sgravi fiscali, facilitazioni e cospicue concessioni e allettato da una crescita al ritmo del 4,5 per cento annuo. L' ex comandante sandinista - che nel 1979 contribuì a destituire la feroce dinastia del clan Somoza - ha finito, dunque, per mescolare la retorica socialisteggiante con politiche ultra- liberiste. L' idillio con il Consiglio degli industriali, però, è andato in crisi dieci giorni fa, quando Ortega ha deciso per decreto - senza convocarlo - di modificare il sistema previdenziale. Una scelta dovuta, in parte, alle difficoltà di cassa dopo il tracollo dell' alleato venezuelano, cruciale partner commerciale. Il ritiro della misura, dopo quattro giorni di rivolta e almeno 38 vittime, non ha spento l' incendio. Certo, da ieri, le marce sono state sostituite dai "plantones", sit-in in vari punti delle città, organizzati dalla comunità universitaria autoconvocata, che ha assunto il ruolo di guida spontanea della protesta. Mentre alcune scuole e negozi hanno riaperto. Ma l' indignazione sociale nei confronti del governo resta forte. E gli imprenditori non sembrano più disposti a fare da stampella a Ortega. Dopo aver indetto la manifestazione di lunedì, il Consiglio degli industriali ha fatto pressione sull' esecutivo perché chiedesse alla Chiesa di fare da garante del processo di dialogo tra l' esecutivo e i differenti settori sociali. Quest' ultima accettato con tutte le cautele del caso, dato che non si sa quali settori sociali saranno ammessi alla trattativa. «Il dialogo è un rischio e abbiamo accettato di correrlo », ha detto l' ausiliare di Managua, Silvio José Báez che, insieme al cardinale Leopoldo Brenes e ai vescovi Rolando Alvarez e Bosco Vivas fa parte della commissione incaricata della mediazione. Monsignor Báez ha sottolineato che, però, il negoziato deve essere ad ampio raggio, perché «possiamo aprire la strada ad un Nicaragua veramente democratico ». Con questo spirito, il vescovo ausiliare ha annunciato un pellegrinaggio di preghiera sabato a Managua. Ortega, da parte sua, ha provato a "riconquistare" le piazze liberando un' ottantina degli oltre 300 dimostranti arrestati agli scorsi giorni. Molti dei rilasciati sono stati abbandonati alla periferia della capitale, con i capelli rasati e i vestiti laceri. La repressione ha provocato un' ondata internazionale di sdegno. L' Onu ha chiesto l' apertura di una commissione sulle recenti violenze. RIPRODUZIONE RISERVATA Si è incrinata l' alleanza con gli imprenditori, puntello del governo. La Chiesa accetta di essere «garante» del dialogo. Il vescovo Báez: è un rischio, però dobbiamo correrlo per costruire una vera democrazia Le immagini dei manifestanti, uccisi in questi giorni di scontri con le forze dell' ordine, sono state deposte intorno al monumento a Cristo Re nel centro di Managua (Ansa)
LUCIA CAPUZZI